K2 la montagna del mito

Articolo uscito sul Gazzettino del 30 giugno 2024

Era da poco finita la seconda guerra mondiale che aveva lasciato dietro di sé solo macerie e un Paese distrutto anche moralmente. Ma la conquista del K2, la seconda montagna più alta del pianeta, grazie alla straordinaria impresa di un gruppo di scalatori italiani, impressionò il mondo. Quasi settant’anni fa, il 31 luglio 1954, l’arrivo sugli 8611 metri della vetta di Achille Compagnoni e di Lino Lacedelli ha fatto del K2 la “montagna degli italiani”. La vittoria, oltre che di loro due, era stata, come ricorda lo scrittore Stefano Ardito, “del professor Ardito Desio che aveva voluto e diretto la spedizione, di Mario Puchoz che era stato ucciso dal mal di montagna, di Walter Bonatti e del portatore pakistano Amir Mahdi che, per portare le bombole di ossigeno alla cordata di punta, avevano affrontato un terribile bivacco a 8100 metri. Hanno vinto gli altri alpinisti del gruppo, gli scienziati, i pakistani del team, il CAI che ha organizzato l’impresa. Hanno vinto milioni di italiani che hanno fatto il tifo da casa.” A quell’impresa rimasta nella storia del nostro Paese, Stefano Ardito dedica il suo ultimo libro “K2 La montagna del mito” uscito pochi giorni fa per Solferino.

Un libro intenso dove la storia, anzi le storie, si intrecciano e si arricchiscono di aneddoti, curiosità e drammi. Un libro di quindici capitoli dove nei primi tre l’autore anche attingendo da documenti inediti del Museo Nazionale della Montagna e da diari e lettere conservate dai familiari, racconta l’epica spedizione del 1954. Nei restanti dodici capitoli Ardito approfondisce le prime esplorazioni del Karakorum ricordando, grazie ad una narrativa semplice e avvincente, i tentativi di Aleister Crowley, del Duca degli Abruzzi e delle spedizioni americane del 1938, 1939 e 1953. Dopo la prima ascensione, ce ne saranno altre e arriverà il periodo della ricerca delle vie nuove, le tragedie del 1986 e del 2008 e l’arrivo delle grandi spedizioni commerciali tanto discusse quasi come la coinvolgente spedizione italiana.

Non si può infatti dimenticare che dopo il ritorno in patria, si aprì una fase di polemiche destinate a durare cinquant’anni, e che arrivarono più volte nelle aule di giustizia. Bonatti, che accusò Desio, Compagnoni, Lacedelli e il CAI di aver nascosto il suo sacrificio, vedrà le sue posizioni riconosciute solo nel 2008. Ma tornando alle celebrazioni dell’impresa, a leggere alcune pagine di questo libro si prova indubbiamente una forte emozione. I quotidiani non solo sportivi che aprono le prime pagine con titoli entusiasti: “I rocciatori italiani guidati da Desio hanno conquistato il K2” oppure “la vetta del K2 conquistata dalla spedizione italiana del professor Desio. Come un fiore all’occhiello”. Ma forse, non a caso, Ardito riporta per intero nel libro il commento del giornalista e scrittore bellunese a noi molto caro Dino Buzzati, appassionato alpinista che conosceva bene cosa voleva dire scalare una montagna così ardua e impervia: “Da parecchi anni gli italiani non avevano avuto una notizia così bella.

Anche chi non si era mai interessato d’alpinismo, anche chi non aveva mai visto una montagna, perfino chi aveva dimenticato che cosa sia l’amor di patria, tutti noi, al lieto annuncio, abbiamo sentito qualche cosa a cui si era persa l’abitudine, una commozione, un palpito, una contentezza disinteressata e pura”. Buzzati aveva subito colto la portata di questo avvenimento e quindi non potevano stupire le 40mila persone festanti che attendevano nel porto di Genova lo sbarco degli alpinisti italiani, oppure l’applauso fragoroso della maggioranza e dell’opposizione quando l’allora Presidente del Consiglio Mario Scelba comunicò al Parlamento la notizia dell’impresa.

Ardito davvero con semplicità ci racconta una vicenda che è ben radicata dentro di noi ma poi si allarga ricordando al lettore anche il ruolo della scienza e delle spedizioni scientifiche italiane verso la montagna del mito, senza poi dimenticare da scrittore attento alle problematiche dei nostri giorni, la drammatica guerra che India e Pakistan combattono a 6000 metri di quota e il fenomeno del cambiamento climatico che non risparmia nemmeno le vette più alte della Terra.

Giannandrea Mencini