Dacia Maraini “Bagheria”

“Conoscevo troppo bene le arroganze e le crudeltà della Mafia che sono state
proprio le grandi famiglie aristocratiche siciliane a nutrire e a far prosperare
perché facessero giustizia per conto loro presso i contadini […] Io non ne
volevo sapere di loro. Mi erano estranei, sconosciuti. Li avevo ripudiati per
sempre già da quando avevo nove anni ed ero tornata dal Giappone affamata,
poverissima, con la cugina morte ancora acquattata nel fondo degli occhi. […] Io
stavo dalla parte di mio padre che aveva dato un calcio alle sciocchezze di quei
principi arroganti rifiutando una contea che pure gli spettava in quanto marito
della figlia maggiore del duca che non lasciava eredi. Lui aveva preso per mano
mia madre e se l’era portata a Fiesole a fare la fame, lontana dalle beghe di
una famiglia impettita e ansiosa. […] E invece eccoli lì, mi sono cascati
addosso tutti assieme, con un rumore di vecchie ossa, nel momento in cui ho
deciso, dopo anni e anni di rinvii e di rifiuti, di parlare della Sicilia. Non
di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata”