Nei Pascoli abbandonati i deserti d’Europa

Articolo scritto per il n. 26/2024 della rivista lavialibera, Aprile 2024

Negli ultimi decenni, malgrado l’impegno di natura politico-finanziaria della Comunità Europea attraverso la Politica Agricola Comune (PAC), il numero degli allevamenti estensivi in Europa è drasticamente diminuito. In poche parole, è sempre più difficile portare al pascolo i propri animali e praticare l’antica attività della transumanza malgrado dal 2019 risulti inserita nella lista dei Patrimoni culturali immateriali dell’Unesco per Italia, Grecia ed Austria e dal 2023 per altri 7 paesi europei.  Inoltre, il ricambio generazionale tra i pastori è scarso e i territori montuosi, insulari e interni di tutta Europa, stanno subendo processi di desertificazione socio-economica e agro-ecologica. Secondo Michele Nori[1], attento studioso di questi temi e autore di un interessante paper pubblicato nel 2022, fra tutti i temi relativi alla pastorizia, le continue riforme della PAC non hanno affrontato le incoerenze di natura tecnica e amministrativa. Il risultato che ne deriva è che in una politica influenzata sempre di più da accordi commerciali e politici, le misure della PAC sostengono maggiormente “l’intensificazione della produzione zootecnica, piuttosto che favorire sistemi pastorali estensivi”. Pertanto in questi ultimi anni i premi della PAC distribuiti nei Paesi europei, hanno creato e continuano a creare, delle situazioni assai complesse per il mondo della pastorizia spesso al limite della legalità. Cinque anni fa il “The New York Times” riportava fra le sue pagine un’accurata inchiesta di due giornalisti americani che evidenziava come ogni anno Bruxelles spendesse quasi sessanta miliardi di euro in sussidi all’agricoltura. Soldi che in alcuni casi, finivano nell’Europa dell’Est e nelle mani di poche persone legate al potere. Un “sistema di corruzione di cui se ne approfittavano”, scriveva il giornale statunitense, “proprio i governi più ostili all’Unione Europea”.  In Ungheria ad esempio, il governo di Orban aveva venduto all’asta migliaia di ettari di terreni statali a esponenti della famiglia e dell’entourage del primo ministro, tra cui un amico d’infanzia che era diventato uno degli uomini più ricchi del paese. E questi, in quanto proprietari terrieri, avevano incominciato a incassare milioni di euro in sussidi agricoli. In Bulgaria i premi agricoli avevano arricchito l’élite agraria e un’indagine dell’autorità bulgara aveva rilevato legami di corruzione tra funzionari pubblici e imprenditori agricoli.  In Slovacchia si parlava apertamente dell’esistenza di una mafia agricola elencando casi di piccoli agricoltori che avevano perso sotto pressanti minacce, terreni agricoli utili per incassare i sussidi europei.

Sicuramente la riforma della Pac dopo il 2000 con  l’introduzione del premio “disaccoppiato”, meccanismo in base al quale l’aiuto, il premio, non era legato al volume o al fattore di produzione (ettari di terreno coltivati e numero di capi allevati) ma a determinate condizioni e  parametri, mentre  in Italia ha portato alle note speculazioni sugli alpeggi e alla cosiddetta “mafia dei pascoli”, nel resto dell’Europa occidentale ha comportato situazioni non prettamente illegali ma a favore dei grandi proprietari terrieri che utilizzano la chimica per le loro produzioni.

Come ha evidenziato ancora una volta Neri, “questo sistema alla fine ha fornito livelli estremamente elevati di sostegno ai grandi agricoltori europei che producono colture irrigue in modo intensivo” penalizzando così gli allevatori estensivi, che tipicamente pascolano, gestiscono terreni pubblici e possiedono proprietà limitate, spesso in zone marginali e con un uso molto limitato delle risorse idriche allo scopo di mantenere le falde acquifere che invece l’agricoltura industriale sta prosciugando. Inoltre, poiché il premio è stato disaccoppiato, molti allevatori hanno dovuto ridurre le dimensioni del gregge, in quanto non riuscivano più a stare in equilibrio economicamente, dato che il numero dei capi non rappresentava più un fattore per ricevere un sostegno finanziario. Perlopiù, in alcune nazioni, le leggi nazionali sull’igiene e la protezione della salute sono state molto più restrittive di quelle europee, per cui molti piccoli allevatori e produttori di formaggi di alto valore nutritivo e organolettico, si sono trovati in grande difficoltà, per non poter più continuare a produrre i loro formaggi con i metodi tradizionali, con utilizzo di grotte per la maturazione, tele di cotone, legno e latte non pastorizzato.

In Spagna, in particolare, si vive una situazione difficile. Le norme di ammissibilità per i pascoli permanenti vietano il pascolamento sotto gli alberi da frutto (mandorli ed ulivi) e in alcuni casi anche sulle stoppie di cereali mentre, al contrario, forniscono incentivi agli agricoltori che arano regolarmente i loro prati e rimuovono alberi e siepi per mettere tutto a “seminativo”, con conseguenze negative dal punto di vista ambientale. Questo accade anche in zone tradizionalmente di pascolo come le “dehesa”, paesaggi agrosilvopastorali unici e ricchissimi di biodiversità.  Inoltre, visto che la PAC premia più i bovini che i caprini e ovini, nel nord della Spagna, dove il clima è atlantico, quindi umido e fresco, gli allevatori, spesso di razze bovine locali in via di estinzione, riescono ad aumentare il numero dei capi di bestiame e si muovono in transumanza occupando ormai anche i terreni che erano da secoli tradizionalmente affittati dai pastori che praticavano la transumanza di ovini. Quest’ultimi, percependo meno premi per il loro bestiame, non possono più permettersi di affittare i pascoli, il cui prezzo è aumentato per via degli allevatori di bovini. Nel sud della Spagna, i terreni appartengono soprattutto ai grandi proprietari terrieri i quali, in considerazione del fatto che i pagamenti della PAC si fanno per ettaro di terreno coltivato, più che per numero di animali, ricevono grandi aiuti dall’Europa coltivando in maniera intensiva, a discapito dei pastori transumanti che per secoli hanno approfittato di quei terreni, coltivati a cereali, ma pascolabili quando sono a riposo.

Ora, con questo sistema della PAC che finanzia di più i terreni coltivati che quelli lasciati a pascolo, e proibendo di lasciare i terreni a riposo, i pastori spagnoli si trovano paradossalmente senza terreni da pascolare e nemmeno pascoli dove praticare la transumanza. Così oggi molti mandriani abbandonano l’allevamento estensivo o, peggio, alcuni lo trasformano per sopravvivere in intensivo con un danno ambientale e sociale.  In Spagna si parla sempre di più di “La España vaciada” ovvero “La Spagna svuotata”, per l’abbandono delle zone interne, una volta abitate e produttive, con varietà di prodotti alimentari locali ed unici, di alta qualità, che sono andati persi. Un tema complesso che sta mettendo in crisi la pastorizia spagnola non per la presenza di situazioni illecite ma a causa di una politica agricola nazionale e comunitaria che, pensata in questo modo, ammette “legali” distorsioni. 

Anche in Portogallo e soprattutto in Francia la situazione è abbastanza simile. Ci sono diversi agricoltori che hanno sia campi da coltivare che animali da allevare. Con i premi della PAC però indirizzati prevalentemente all’agricoltura, sempre più agricoltori investono i premi nell’acquisto dei terreni da mettere a coltivazioni mentre il bestiame finisce in stalla. Il risultato finale è che aumentano sempre di più gli allevamenti intensivi e diminuiscono quelli estensivi anche perché pure in Francia i pastori, per le ricordate distorsioni delle politiche agrarie europee, hanno sempre più problemi nel trovare terreni da pascolare.

La PAC, malgrado i suoi evidenti limiti burocratici e amministrativi che spesso possono favorire azioni illecite anche o soprattutto per l’assenza di controlli sui fondi erogati, risulta oggi comunque un aiuto fondamentale per i pastori. La politica europea dovrebbe agire in modo più lungimirante nei confronti delle comunità agro-pastorali, specialmente nelle zone più fragili, come ad esempio quelle di montagna. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2026 “Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori” per cui è auspicabile che l’Europa riconosca finalmente il grande ruolo che i pastori transumanti e gli allevatori estensivi hanno sempre avuto e continuano ad avere soprattutto per affrontare le grandi sfide future di natura sociale, ambientale e climatica.

Giannandrea Mencini


[1]  Si veda il working paper 2022/03 di Michele Neri ”Assessing the policy framer in pastoral areas of Europe” pubblicato nel gennaio 2022 dall’European University Institute.