“Meraviglia”

TRE CIME TREK FESTIVAL 2017

Articolo uscito sulla pagina regionale del Gazzettino il 15 ottobre 2017

E’ da poco uscito in libreria per Mondadori il nuovo romanzo di Francesco Vidotto “Meraviglia”. Vidotto, di origine trevisana, laureato in Economia, dopo una lunga esperienza come manager d’azienda nel ricco nord-est, sceglie di abbandonare tutto per dedicarsi alla scrittura e, soprattutto, per raccontare le sue amate montagne. Si trasferisce a Tai di Cadore in provincia di Belluno fra i Monti Pallidi che spesso scala arditamente e narra nei suoi libri. Dopo aver raccontato con i fortunati e premiati romanzi come “Siro” (Minerva 2011), “Oceano” (Minerva, 2014) e “Fabbro. Melodia dei Monti Pallidi” (Mondadori, 2016), il mondo semplice, rurale e tradizionale, della montagna, con “Meraviglia” Vidotto ci accompagna negli anni difficili della formazione adolescenziale di Lorenzo e Lavinia, giovani studenti di Conegliano.

Francesco, dopo “Fabro” un nuovo libro per Mondadori “Meraviglia”, una storia impegnativa che per la prima volta non vede la montagna totalmente protagonista ma la pianura, cosa succede?

Con questa storia ho voluto raccontare un altro genere di montagna: una montagna che sprofonda le radici nell’adolescenza che è un periodo dai fortissimi venti sotterranei dove le emozioni vibrano incandescenti e c’è l’urgenza di un contatto dell’anima. Ho voluto anche allontanarmi dalle Dolomiti perché una vita da scrittore non può essere circoscritta ad un luogo soltanto, se no rischi di essere ripetitivo. Di condannare i personaggi alla mediocrità.

Il liceo a Conegliano, i nonni a Tai di Cadore, l’amore per la famiglia, per le Dolomiti, per il “raccontare” attraverso la scrittura, quanto di autobiografico c’è in questo libro?

“Meraviglia” è il ritratto di un’anima: la mia. Il romanzo avrebbe dovuto chiamarsi Elia e raccontare del nipote di Oceano ma mentre lo scrivevo ho realizzato che stavo raccontando di me e ho deciso di seguire l’odore che stavo fiutando. Scrivere un libro significa tirare fuori le viscere. Non è sempre facile, ma è una maniera per accettarsi. Per fare la pace con sé stessi. Ho pensato fosse arrivato il momento.

La “musica” è una colonna sonora nei tuoi romanzi, anche in “Fabro” è una costante presenza, cosa rappresenta la musica per la tua vita, non solo artistica?

La musica è il mascara delle parole. Le allunga e le fa belle e universali. La mia vita ha danzato sul filo delle note: tutta quanta. Ho nel cuore canzoni che hanno accompagnato la disperazione o l’amore, l’amicizia e le sconfitte. La musica è stata per me un amplificatore di emozioni e nel contempo un balsamo per l’anima. Se non fosse esistita la musica non avrei scritto mai.

Lorenzo e Lavinia, i due protagonisti del romanzo, sono due figure molto particolari, Lorenzo timido e debole, straniero in pianura lui che proviene dalla montagna, Lavinia forte e concreta, due vite che si avvicinano e si allontanano in continuazione, fino al sorprendente finale, cosa ti lega a queste due storie e cosa vuoi trasmettere attraverso di loro?

Lavina è l’amore e, devo dire, è anche il ritratto delle Dolomiti. E’ fragile, proprio come le cime rosa di quassù e per questo bellissima, perché la bellezza è fragilità ma, al tempo stesso è una donna che c’è, esattamente come la montagna e salva Lorenzo in tutte le maniere possibili. Lui invece è alla ricerca di un attimo che valga una vita intera e, quando lo trova, quest’attimo si chiama Lavinia. Lorenzo è un cercatore. Proprio come me.

Nel libro affronti temi molto importanti come l’amicizia, l’amore, ma pure il bullismo, la droga, la violenza familiare, il suicidio. Purtroppo temi attuali e alcuni pericolosi per i giovani…

Sì. Un libro deve scuotere anche. Raccontare di cose scomode non è mai pericoloso, anzi! La lettura è consapevolezza e quando un uomo diventa consapevole gli viene di migliorarsi. E’ un fatto naturale. Piuttosto è l’ignoranza che imbruttisce lo spirito e le azioni finiscono per copiare un’anima sbagliata.

Hai affermato nelle diverse presentazioni che stai facendo del romanzo, che questo lavoro è molto importante per te, anche dal punto di vista letterario, perché?

Per quanto mi riguarda ciascun romanzo è una storia d’amore con il personaggio. Nel caso di Meraviglia è stata una storia d’amore con me stesso e le storie d’amore svelano sempre qualcosa di nuovo. E’ stato importante perché mi sono conosciuto un po’ di più.

E’ vero che hai abbandonato di fare il manager d’azienda e sei diventato scrittore grazie a Pupi Avati e Mauro Corona?

Ho quasi abbandonato l’azienda. Ho mantenuto un cliente soltanto al quale faccio ancora consulenza perché, non avendo io ancora scritto “Il nome della rosa”, dedicandomi solamente alla narrativa, sarei costretto a pubblicare un libro all’anno per sopravvivere. Sarei costretto a scrivere una storia anche quando non ce l’ho e questa è una schiavitù nella quale non voglio cadere. Ad ogni modo sì, è vero. Sono stati Avati e Corona, in momenti differenti della mia vita, a darmi la benzina giusta. A prendermi sul serio. Sono due amici e artisti ai quali sono grato.

Giannandrea Mencini

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