La grande battaglia per l’Artico tra industria e ambiente

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Recensione uscita sul Gazzettino del 25 febbraio 2018

Il 2016 secondo la World meteorological organization è stato l’anno più caldo mai registrato con una media globale di 1,1 grado in più rispetto all’era preindustriale. Nell’Artico, dove il cambiamento climatico è più intenso, questo significa un aumento di 2,2 gradi. Quest’area rimasta per tanto tempo inospitale, periferica e ignorata, cambia velocemente, i ghiacciai si sciolgono, l’attività umana si sviluppa, cresce l’interesse commerciale internazionale e l’interesse verso le sue grandi opportunità energetiche. Le conseguenze dell’attuale era geologica, definita dagli scienziati Antropocene, che deve il suo nome all’evidente impatto dell’uomo e delle sue attività sul pianeta, registra i suoi pericolosi effetti all’estremo nord. Marzio G. Mian, giornalista e fra i fondatori della società no profit “The Artic Times Project”, con il suo nuovo libro “Artico. La battaglia per il Grande Nord” (Neri Pozza, pp.219), ci racconta come “la forza magnetica del Polo Nord” sia in grado di attirare “i più imbarazzanti paradossi della modernità”. Lo fa con una scrittura leggera, coinvolgente e intensa, dove traspare, fra le righe, la grande preoccupazione dell’autore riguardo il futuro dell’Artico e, di conseguenza,  del nostro pianeta. Nei cinque capitoli che compongono l’interessante volume, Marzio G Mian, dopo “dieci anni di esplorazioni giornalistiche”,  analizza le mire commerciali e anche militari di vari paesi come la Norvegia, il Canada, la Russia, l’ Islanda, più coinvolti e più interessati alle trasformazioni in atto nell’area. Infatti il “Nuovo Artico”, ci spiega con competenza l’autore, pagando il prezzo più alto del mondo per effetto del cambiamento climatico, offre ora immense opportunità di conquista e di potere: nuove rotte marittime commerciali, nuove destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza. L’Artico custodisce il 40 per cento delle riserve mondiali di combustibile fossile, il 30 per cento di tutte le risorse naturali. Paradossalmente, il suo scioglimento, che secondo uno studio della “Nature Climate Change” avviene solo per il 30-50 per cento della propria consistenza  a causa di variazioni climatiche naturali e per il resto a causa di attività umane, ha dato il via a una corsa sfrenata da parte degli Stati e delle grandi multinazionali ad accaparrarsi le grandi ricchezze ora disponili. Leggendo il volume si percepisce come il riscaldamento globale abbia anche ripercussioni sociali ed economiche negative per le popolazioni locali. La pesca ai gamberetti, ad esempio, si trasforma, si sposta a nord e diventa più industriale, mettendo in crisi i pescatori tradizionali groelandesi oppure gli inuit non riescono più a cacciare con i cani perché le slitte si arenano. Nel frattempo, la Cina con l’operazione “Dragone bianco” punta al trasferimento entro dieci anni del 20 per cento dei mercantili attraverso le rotte polari e Vladimir Putin considera russo il mare artico e dispiega spie, testate nucleari, come ai tempi della guerra fredda. Il “Nuovo Artico” si trova, suo malgrado, al centro di mutamenti epocali. Studiosi e specialisti di ogni genere, hanno scritto diverse pubblicazioni per diffondere consapevolezza sul rischio che corre questa delicata regione del pianeta. Ma si tratta sempre di contributi settoriali e per addetti ai lavori che non riescono a coinvolgere emotivamente e a trasmettere la gravità del problema ai più. Oggi, questo divulgativo libro, colma un vuoto.

Giannandrea Mencini

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